Scrivono di lui

FUGAZZA STEFANO

Il divenire dell’immagine, in Bruno Sapiente. Opere recenti. Catalogo della mostra BRUNO SAPIENTE. OPERE RECENTI. Castello Anguissola, Travo (PC), 9 agosto – 13 settembre 1998

E’ finito ormai da parecchi anni il tempo dell’immagine stabile, immobile, fissata in una sua dimensione studiatissima e necessaria: così sullo schermo televisivo (prima ancora su quello cinematografico), e grazie a tutta una serie di espedienti tecnici, una scena ripresa dal reale, o rielaborata in maniera virtuale, sfuma insensibilmente in un’altra, e noi assistiamo al processo di trasformazione, che ci viene squadernato sotto gli occhi per accrescere il nostro compiacimento, il nostro piacere sensibile agli effetti speciali, ai suggerimenti vojeuristici.

Anche il computer di casa, ormai attrezzato per i giochi grafici più sofisticati, ci permette di ridurre al minimo la vita di un’immagine, di trasformarla non appena è stata realizzata, qua mutando un colore, là introducendo un particolare nuovo, con guizzi subitanei, con improvvise cancellature.

Sembra situarsi su questa linea la pittura recente di Bruno Sapiente, un artista che, da alcuni anni, e dopo aver operato in fervido contatto con le avanguardie, ha trovato una sua dimensione espressiva che corrisponde bene alla sua personalità e che gli permette di muoversi secondo un percorso  coerente e ricco di stimoli suggestivi. A cosa è approdato infatti Sapiente se non a un’arte fondata su una sovrapposizione degli elementi tale da creare una prospettiva dinamica, continuamente variata, mobilissima? Sul fondo, che a volte è di colore uniforme, si impostano sottili strati di carte abilmente mosse dall’artista per dare l’idea di una loro inarrestabile vitalità, manifestata dalle increspature, dai contorcimenti che risaltano tanto più in rapporto ai momenti di pausa, alle zone di riposata distensione. E’ in questo modo, per tornare al confronto con cui s’è aperto questo scritto, che l’immagine sembra muoversi, negandosi alla stabilità e proponendosi nel suo divenire. Solo che l’immagine televisiva, o quella che noi creiamo sul nostro computer, obbedisce quasi sempre a finalità immediate, se non addirittura pratiche (per esempio pubblicitarie, nel caso della televisione), mentre l’opera di Sapiente appare rarefatta e totalmente svincolata da riferimenti concreti o banalmente quotidiani. Anzi, questa pittura è fondata su una totale semplificazione, su un’essenzialità che si è liberata da qualsiasi scoria illustrativa, per cui rimangono solo i rapporti tra i colori e le linee, tra le varie parti e l’insieme; sono questi rapporti che ci vengono incontro e pretendono, da noi che osserviamo, che guardiamo, di essere spiegati, di essere capiti.

Perché è giunto il momento di chiedersi se il mondo che Sapiente viene costruendo è fine a se stesso, pago dei raffinati accostamenti cromatici dispiegati a piene mani e della fragile preziosità dei materiali impiegati oppure se esso- al di là dell’indubbia gradevolezza di queste opere- ci permette altre letture, tante interpretazioni, acquistando risalto proprio in questa disponibilità esegetica che suggerisce. Ora, non v’è dubbio che il mondo astratto evocato dall’artista è, nella sua purezza, pieno di significati, che siamo invitati a rintracciare a seconda della nostra personalità e della nostra sensibilità.

Qualcuno potrà leggere queste opere come degli sguardi posati dall’alto, da altezze vertiginose e siderali (tale appare a volte la nostra terra ripresa dai satelliti, con le increspature dei fiumi e delle montagne e i violenti contrasti cromatici) oppure come dei tentativi di trascrivere le emozioni, offrendo loro una forma: emozioni più soft, quasi trasalimenti dell’anima che esigono colori tenui e linee più morbide e avvolgenti, oppure altre che fanno sobbalzare, che sembrano dovute a improvvise lacerazioni, a immedicabili ferite (a cosa alludono i tagli improvvisi, affilati come fulmini, che interrompono la trama abbastanza distesa di alcune opere?).In certi casi, i contorcimenti dei panneggi sembrano alludere ai tormenti dell’eros, alle vibrazioni di sentimenti che, stanchi di essere solo pensati, esigono una specie di traduzione fisica, una qualche sorta di appagamento. In altri casi ancora, si ha l’impressione che Sapiente voglia alludere, da artista colto qual è, alla tradizione che lo ha preceduto, e che abbia scelto un motivo tipico della storia dell’arte- il panneggio, banco di prova di tanti pittori, di tanti scultori del passato- isolandolo dal contesto ed eleggendolo a motivo conduttore della sua opera, fonte di innumerevoli varianti, di nuovi imprevisti significati. La tendenza più recente, nel lavoro di questo artista, è però quella di liberarsi sempre di più da qualunque tipo di condizionamento (e così sono sparite quelle linee- barriera che, all’inizio degli anni Novanta, attribuivano alle opere una struttura più razionale, ma anche più rigida) per muoversi liberamente, affrontando, insieme ai problemi legati al colore, alla materia, alla forma, le tematiche più essenziali, quelle del rapporto uomo-natura, dei contrasti che accompagnano la nostra vita, dei nostri inevitabili dolori.Non sono temi nuovi, per Sapiente, anzi hanno accompagnato tutta la sua produzione, ma mai avevano trovato espressioni altrettanto convincenti, pronte a conquistare nuovi territori (si pensi ai recenti monocromi), ad espandersi liberamente, col gusto e l’incanto dell’avventura, nelle opere di grande formato che, accanto a quelle molto piccole, costituiscono uno dei punti di forza di questa mostra.