Scrivono di lui

FUGAZZA STEFANO

Geometrie della Passione, in Catalogo della mostra Geometrie della passione, Collegio Cairoli, Pavia, 24 maggio – 21 giugno 2003, Tipografia Cassola, Piacenza 2003

La prima osservazione che sorge spontanea, davanti all’opera di Bruno Sapiente, è che essa si pone sotto il segno dell’autonomia rispetto alla realtà esterna, connotandosi per i rapporti che riesce ad instaurare reciprocamente tra una parte e l’altra, sul piano della composizione, o tra i diversi materiali. La stessa tela o la tavola, infatti, nel caso di Sapiente non costituiscono un mero supporto destinato a esser ricoperto dall’opera vera e propria ma, riscattati da tale funzione ancillare, rivendicano orgogliosamente il loro diritto di parità rispetto agli altri elementi quali il colore o le sottili membrane cartacee che l’artista stende sulla superficie o il tracciato disegnato o, nel caso della produzione più recente, le fotografie applicate. Si tratta di altrettanti mezzi di cui Sapiente si serve per realizzare i suoi obiettivi che consistono, in poche parole, in una riduzione del suo immaginario e del suo vissuto, travagliati come quelli di tutti, entro termini rigorosi, geometrico-matematici, posti sotto l’insegna del bilanciamento, del contrappunto prezioso, di una variatio attenta e sensibile. Ma si sbaglierebbe, sedotti dall’apparente trama geometrica delle composizioni, a considerare l’opera di Sapiente come una fredda notomia, l’applicazione di un metodo retorico di scomposizione spaziale e cromatica, magari addirittura con finalità decorative. Il mondo di questo artista, che aderisce con convinzione alla contemporaneità, delle cui irrisolte contraddizioni non può fare a meno di risentire, è tutt’altro che pacifico, tutt’altro che risolto entro i termini di una grafica astratta e superficialmente accattivante. In maniera quasi ossimorica, dietro l’intelaiatura dell’opera di questo artista si agita tutto un mondo tempestoso, percorso da mille pensieri e da sbigottimenti e da paure e da ossessioni. Né tale patrimonio – chiamiamolo così – viene nascosto; anzi, urgendo dal fondo si manifesta di continuo: nel colore nero che sempre compare, e ora lotta col rosso o col blu e l’azzurro o con l’ocra, ora predomina assoluto; negli stessi viluppi del panneggio, reso un tempo agendo abilmente sulle sottili carte sovrapposte, di recente attraverso la verosimiglianza consentita dalla fotografia; e nella stessa ruvidezza di quella tela grezza che, come si diceva, Sapiente considera elemento dell’opera alla pari di altri.

Bastino queste considerazioni come viatico alla mostra, con l’aggiunta di due precisazioni. La prima: che Sapiente contrappone comunque, al mondo drammatico che si è evocato, la salvezza dell’arte, costituendo la pittura, per lui che la pratica e per noi che ne fruiamo, occasione di riscatto,  o almeno di uscita dai limiti della quotidianità. La seconda: che Sapiente, il quale da tempo ha intrapreso un certo percorso artistico, lo porta avanti coerentemente, sviluppandolo attraverso un continuo rinnovamento espressivo, un’instancabile ricerca all’interno di un sistema, quale è il suo, ormai chiaramente, decisamente connotato. La produzione del 2002-2003, che qui a Pavia viene mostrata per la prima volta, è la conferma di una maturità acquisita, che si può permettere infinite variazioni; preziose e raffinate e al tempo stesso d’inesauribile ricchezza segnica, per noi che ne siamo catturati.