Scrivono di lui

CAVAZZINI

nel catalogo della mostra Sapiente, Galleria Athenaeum, 9-29 settembre 1991, Ed. Maccari, Parma 1991

partito da una situazione di paesaggio, Sapiente ha individuato nel frammento le occasioni più idonee alla sua ricognizione critica, potenziando in seguito gli elementi che formano il suo discorso d’immagine. Superato da tempo il limite costituito dal rapporto mimetico con i fenomeni visivi del mondo, il pittore ha proceduto a selezionare, nel contesto del panorama figurativo, una trama di sottili analogie, talvolta di equivalenze, con la realtà autonoma della forma. Ed è così che sono nate queste pitture “del frammento”. Sono pitture eseguite con il senso specifico della scrittura: e perciò sostenute, in ogni loro parte, dalla forza implicita del segno. Sono frammenti, in quanto nel loro svelarsi si avverte l’assenza di una legatura unitaria con la realtà. Il paesaggio, luogo deputato di ogni colloquio con la natura, si trasforma, impercettibilmente in uno spazio aperto agli eventi più imprevedibili, quali sono, ad esempio, i tramandi della memoria. Al di là della barriera costituita dalla materia s’ intuisce poi la presenza di un turbata geometria del limite: una geometria trasgressiva che sommuove la stessa unità dello spazio. Ed ecco, in questa dimensione ricreata, l’apparire di una finestra, e quindi, ancora, di un frammento della realtà, di un miraggio indotto dalla sfera del profondo. Inizia allora, con l’emergere dell’inconscio, un nuovo capitolo della “storia” di Sapiente: un capitolo costellato di trafitture e di allarmi. Si scopre, in primo luogo, che si tratta di un segmento significativo, tale da consentire un’interpretazione ad ampio raggio della “poetica” di Sapiente. Teatro d’ombre e di luci tremule, lo spazio pittorico di Sapiente si addensa sul punto più alto di una nota di colore: un registro che va oltre il rigo per cogliere la scoperta tensione di un puro timbro. Si afferma dunque, in questi inserti di scoperto cromatismo, il primato della pittura. Al tempo stesso, quando si va ad esplorare lo strato che è sotto la pelle del quadro, si avverte il persistere di altri valori: della scrittura, ad esempio, e poi del segno. Il lavoro di Sapiente si configura così in tutta la sua complessità di struttura e, si può dire, in tutta la sua ambiguità: una semantica ambiguità. C’è, ad esempio, il filtro di una luce non naturale che attenua il fisico ingombro della materia; c’è la trama di una geometria non rigida che sostiene con modi molto flessibili l’impianto della composizione. E poi ci sono i significati: con la finestra, intesa, forse, come simbolo di “psicologica vigilanza”. Il richiamo a Freud, a questo punto, è inevitabile: per quel che si avverte, nel fare di Sapiente, in termini di sottolineatura simbolica, per quanto proviene dal gioco scettico della ragione. L’invito a tornare alle sorgenti sempre più dell’intuizione e del sentimento viene raccolto da Sapiente nel suo significato più profondo: di intendere le vie della conoscenza come vie sostanzialmente più poetiche che razionali: a conferma che la saggezza – come ci ha insegnato Freud – non è dottrina né formula, ma conquista della maturità…

REBECCHI EUGENIO

Ai confini dell’arcobaleno, nel catalogo della mostra Sapiente, Galleria Athenaeum, 9-29 settembre 1991, Ed. Maccari, Parma 1991

per sottolineare una presenza (è l’artista stesso che si allunga sulla tela insieme a loro) o, ancora, per delimitare i confini oltre i quali quella presenza si smarrisce al cospetto di un infinito che non è soltanto spazio, ma anelito cosmico, puro pensiero emotivo. Insisto a guardare la carta (materia del poeta): verrebbe quasi la voglia di staccarla dalla tela perché vivesse da sola tanto è densa, pregna d’una fecondità che si rinnova nel tempo. Oltre dieci anni fa, Sapiente ispessiva la tela con “poveri” oggetti ricoperti da stracci, da panni che con le loro sinuose pieghe ammorbidivano la dura angolosità di quei corpi “estranei”. Il gioco si ripete, oggi, con la saggia pacatezza che è proseguimento coerente della furia innovativa di quegli anni. Rimane la corposità, la materia: palpabile, spessa, indocile. E il risultato appaga l’artista che sa di non aver fatto violenza a quella materia che, ribelle, lo ha soltanto assecondato a sperimentare un nuovo passaggio, una presenza attuale che è soluzione intima, percorso cosciente, analogia moderna. Poi, siamo quasi al domani, ancora un tentativo spaziale, cosmico, una ricerca che assomiglia al futuro. I colori si spengono (restano vivaci appena alcuni bellissimi segni), la superficie increspata è epidermide inesplorata di altri pianeti, di mondi lontani: il pittore indossa le ali, si libra, ultimo Icaro, verso i confini dell’arcobaleno.